MALASANITÀ: È GIUNTA L’ORA DI DIRE BASTA!

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Ci sono cascato un’altra volta: scrivo ancora in questo ridicolo blog, anche se avevo detto di voler smettere (lo avevo scritto in un articolo: clicca qui per leggerlo).

Dopo il mio precedente articolo (vai su: PERCHÉ VOGLIO IL MIO CERVELLO IN FORMA), adesso mi voglio occupare di un altro argomento che mi sta veramente a cuore, per il quale non posso fare a meno di fare un lungo “sproloquio”, dato che non mi pare che tanti altri abbiano, poi, tutto questo interesse ad occuparsi seriamente del tema.

Parliamo di malasanità: è giunta l’ora di dire basta!

Basta al fango buttato addosso al lavoro dei Medici. Si è, anche, arrivati allo spot televisivo sui risarcimenti per i casi di malasanità. La signora Enrica Bonaccorti, in una cazzata pubblicitaria, diceva “a tutti può capitare di sbagliare, anche agli ospedali, e in questi casi tutti hanno diritto a un giusto risarcimento” ed invitava a rivolgersi ad una società specializzata in servizi utili per la richiesta di risarcimenti, denunciando i medici.

Certo, la capisco poverina. Non poteva farsi soffiare il lavoro da qualche altra collega coscia lunga e con le tette più grosse. Lei deve pur vivere, aveva proprio bisogno di quei soldi che le hanno dato per fare da testimonial per quella porcheria! È così bisognosa di denaro, che in altre occasioni ha donato (a pagamento) la sua bella faccia anche per altre campagne pubblicitarie a favore di associazioni di supporto a persone affette da qualche grave malattia. Lei è una professionista, recita la parte e non le interessa chi ha scritto il copione. Come si dice dalle mie parti, ha dato “un colpo al cerchio ed uno alla botte”, così per non far torto a nessuno. Giusto, brava!

 

Ad essere sinceri, la Bonaccorti non è che l’espressione di un delirio collettivo. Certo, anche nella sanità succedono tante porcherie, come in qualsiasi altro contesto; ci sono sicuramente tanti medici “marchettari” che venderebbero il proprio fondoschiena per quattro soldi, ci sono tanti medici che si sentono “semidei” da non voler perdere il loro “prezioso” tempo dietro ai piagnistei dei pazienti. Sarà anche vero, ma diciamola tutta, la maggior parte dei medici non ha deciso di laurearsi per svegliarsi, ogni mattina, chiedendosi quanta gente potrebbero ammazzare quel giorno, sadicamente.

I medici hanno ben presente qual è la loro responsabilità, anzi, a dir il vero sono diventati ossessionati da questa responsabilità che si è tramutata in paranoia. Ufficialmente non lo ammette nessuno (per presunzione, mascherata da amor proprio), ma in realtà ogni medico (chi più, chi meno) dedica gran parte del suo impegno mentale a “pararsi il culo” da eventuali denunce. Quindi, gli chiedi cosa fare per un’unghia incarnita? Lui ti manda a fare una risonanza magnetica del piede. Hai 80 anni ed arrivi in Pronto Soccorso con una frattura scomposta alla gamba? Meglio non operarti subito, magari resti un po’ zoppo, ma almeno non c’è il rischio (per qualche medico, intimorito dall’idea di ricevere una vessante denuncia) che tu muoia sotto i ferri. E tutto ciò cosa determina? Ulteriori incazzature della gente; tutti sono sempre più “imbufaliti” contro quei “medici criminali”! È diventata una guerra di trincea, ognuno guarda in cagnesco l’altro, nessuno si fida più di nessuno; siamo tutti diventati nevrotici.

 

Per non parlare di quanto costa tutta questa faccenda alla collettività; la sanità pubblica arranca (perché, nessuno lo dice, ma i politici la stanno smantellando) e le spese sanitarie sono sempre maggiori.

Ci sono un’infinità di problemi che non possono essere elencati tutti in questa sede. È una situazione difficile da risolvere, perché è difficile da analizzare nella sua complessità. Non è semplice ricostruire la storia dei rapporti tra medico e paziente e tra classe medica e società. Il tema presenta elementi di valutazione che andrebbero affrontati da giuristi, sociologi, psicologi, antropologi, studiosi di scienze umane per analizzare come, nell’epoca della massima fede nel progresso, la scienza medica ha probabilmente creato fin troppe speranze che si sono rivelate illusioni.

 

L’uomo ha fatto un lungo percorso nel suo rapporto con la propria salute, la malattia e con la morte e, probabilmente, non ha ancora abbandonato una concezione “sciamanica” della medicina, pur avvalendosi della modalità “ipertecnologica” dell’assistenza sanitaria. Forse questi sono due estremi sui quali è giunto il momento di fare qualche seria riflessione, prima che sia troppo tardi. Siamo, infatti, nelle condizioni di confrontarci con una medicina legata, da una parte, a miti arcaici, profondamente radicati nell’animo umano, il cui rifiuto rappresenta, tuttavia, un’ingenua (se non arrogante) negazione della vera natura umana e, dall’altra parte, una prospettiva, analogamente irrinunciabile, legata al progresso scientifico e tecnologico, anch’esso insito nelle capacità e nella stessa natura umana.

La medicina moderna si trova davanti un bivio, credendo di essere capace di superarlo. Non si vogliono rifiutare, a priori, tutti i vantaggi che la tecnologia può offrire anche al lavoro dei medici ed è impensabile che si possa restare ancorati all’idea di un medico “vecchia maniera”. Il medico non potrà più limitarsi a poggiare solo un fonendo sul torace del paziente e scrivere una terapia su un fogliettino di carta intestata. Ma attenzione! Quanto è corretto proseguire il cammino del progresso senza porsi alcune domande: sempre più impegnati a gestire gli strumenti tecnologici “necessari” per la loro professione, i medici avranno ancora il tempo per guardare in faccia il paziente, oppure, saranno costretti a demandare ad altri il colloquio? Il dovere dei Medici è solo quello di contribuire alla “produttività” delle ASL? Dove sta andando la Sanità ed il suo rapporto con l’intera società? Siamo veramente sicuri di essere noi uomini ad usare la tecnologia o è vero il contrario? Otteniamo solo vantaggi dall’utilizzo di reti e connessioni web? È tutto così affascinante? Oggi siamo indotti a pensare che la digitalizzazione della sanità è buona perché, ormai, si sta “informatizzando” ogni aspetto della nostra vita.

Questo “progresso” tecnologico, in realtà, può anche comportare un rischio di alienazione della stessa medicina. Il termine “alienazione” ha acquisito nel corso del tempo vari significati. In filosofia lo si intende come il processo per cui l’uomo si estranea da se stesso identificandosi con gli oggetti e le realtà materiali da lui prodotte fino a divenirne lo strumento passivo. L’alienazione, in generale, è quello stato di disagio tipico della società contemporanea derivante dalla perdita di contatto dell’individuo con la realtà che lo circonda. Le professioni sanitarie, a contatto con il progresso tecnico, rischiano di diventare oggetto, estraniandosi dalla propria essenza (si alienano), diventando simili ad animali da soma a cui non resta che difendere la propria “sopravvivenza”.

 

L’antidoto a tutti questi problemi dovrebbe essere la capacità dei medici di ascoltare e vedere i loro pazienti nella completezza della loro umanità, tentando di riparare l’errore dell’offrire facili soluzioni per problemi esistenziali insolubili come l’invecchiamento, la malattia e la morte. Distaccarsi dal significato profondo del lavoro del medico, consentire la sua alienazione, significherebbe essere complici di chi (politici ed alti dirigenti) vede i concetti di salute nel loro aspetto generale, in modo grossolano, riduttivo e normativo.

Nel tentativo di ricercare un giusto equilibrio tra la medicina “sciamanica” e quella “ipertecnologica”, forse possiamo avvalerci di un aiuto che ci può essere offerto da una figura del passato, tuttavia ancora fortemente significativa nel presente. Buddha (che non è stato proprio un “cretinetti”) aveva compreso, già nel VI secolo a.C, che il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza si chiama Via di Mezzo, perché supera i due estremi dell’auto-indulgenza e dell’auto-mortificazione, comportamenti eccessivi che non conducono alla pace interiore. Questa via consiste nel coltivare virtù, serenità meditativa e saggezza che consentono di compenetrare la vera realtà dell’esistenza. Buddha aveva provato, sulla sua pelle, cosa significhi limitarsi a preferire solo una delle due opzioni: ha vissuto la prima parte della propria vita cedendo alle lusinghe auto-indulgenti dei piaceri terreni ed ha poi attraversato una seconda fase della vita, fondata su esperienze auto-mortificanti, rappresentate da pratiche “ascetiche” estreme che non si limitavano alla sola rinuncia di ogni piacere della vita. In entrambi i casi non ha trovato una risposta, realmente soddisfacente, alla propria esigenza di superamento della sofferenza.

Quello che, alla fine, Buddha ha compreso è che la giusta risposta non sta nella preferenza di una o l’altra via, ma in una nuova visione che non rappresenta un semplice compromesso od una banale somma tra i due estremi. Coerentemente con la concezione, tutta orientale, dell’insensatezza di ogni dualismo, Buddha ha saputo trovare una via che trascende tale apparente contrasto tra le due vie estreme, superandolo senza lottare contro l’esistenza di ogni sua componente. A differenza della modalità, tutta occidentale, di esprimere l’insieme di due distinte realtà come il risultato della somma 1 + 1 = 2, nella cultura orientale (e buddista) si considera reale un insieme in cui 1 + 1 = 3, dato che al risultato finale della somma si aggiunge la persistenza di ogni suo singolo costituente. Non sarà, semplicemente, “bianco” + “nero” = “grigio”, bensì “bianco” + “nero” = “grigio, con bianco e nero”. Questa visione è stata espressa, in modo estremamente affascinate, anche dalla cultura cinese (nel Taoismo e nel Confucianesimo) con il concetto di Yin e Yang, intesi come parti imprescindibili della vita di ognuno di noi. Sono le due metà complementari di cui è formata ogni nostra caratteristica fisica e non. La logica Aristotelica dell’opposizione dei contrari domina, invece, il pensiero occidentale e presuppone, come concetto imprescindibile, che due elementi contrari di una coppia non possano essere veri nello stesso momento. La filosofia orientale è molto differente in questo senso: lo yin-yang rappresentano si qualità opposte anche di uno stesso oggetto, ma complementari. Ogni cosa, ogni oggetto, ogni fenomeno e ogni evento possono essere se stessi o il loro contrario: lo yin contiene il seme dello yang e viceversa (nel corrispondente simbolo, il “pallino” bianco è nella porzione nera ed il “pallino” nero è nella porzione bianca) e questo consente al primo di trasformarsi nel secondo, allo stesso modo come il secondo può farlo nel primo.

 

Difronte all’apparente dualismo tra medicina “sciamanica” e medicina “ipertecnologica” è (quantomeno) idiota limitarsi a fare una scelta di campo. La medicina non può abbandonare il suo carattere anche “mitico” perché non può rifiutarsi di rispondere alla normalissima richiesta umana di interrompere, per mezzo di un mediatore-guaritore, il dolore, la sofferenza, al malattia, opponendosi alla morte. Questo mito ha anche il suo “rito”, ovvero un insieme di simboli che lo esprimono e, fra questi, il principale è sempre stato la visita. In essa il paziente partecipa con la narrazione della propria sofferenza, spogliandosi fisicamente ed emotivamente, per essere toccato dal guaritore la cui opera “magica” verrà ricompensata con doni ed onorari. Il guaritore si è anche vestito di abiti cerimoniali, con il candore del camice bianco. Ma, da qualche tempo, i medici hanno cominciato ad abbandonare tali sembianze, deviando da un mito che, invece, è rimasto intatto nel profondo della psicologia umana.

A questo mito primordiale, oggi si è affiancato un nuovo mito, quello della salute perenne, di una illusoria aspirazione all’immortalità, un mito tutto associato alla medicina moderna che ha favorito, nell’immaginario collettivo, l’dea del “diritto alla salute”, quando in realtà la salute non è un diritto, bensì una condizione alla quale si affianca, con pari dignità, la malattia e la morte. Il vero diritto è, semmai, la cura, pur dovendosi rifiutare l’idea di salute da poter acquistare come ogni altro prodotto di consumo. Purtroppo, questo nevrotico desiderio di eterna gioventù è anche alimentato da diversi fattori sociali. Anche tanti medici hanno la loro (inconsapevole?) responsabilità quando vanno dicendo, in giro, che una persona di 75 anni “è ancora giovane”. Ma, perché? Cosa c’è di male ad esser vecchi? Certo, è meglio (per le case farmaceutiche) prolungare la vita di tante “mummie ambulanti”, voraci consumatrici di quintali di farmaci. Certo, è meglio far credere ad un nonnetto che può ancora sgobbare a lavorare, dato che non ci sono i soldi per pagare la sua pensione; poi, ad un certo punto: “cribbio! il nonno è morto; peccato, stava quasi per arrivare alla pensione!” (uno in meno da mantenere). Oppure, perché far capire al nonnetto che è diventato vecchio, così che ci si deve affaticare ad accudirlo? Che rottura di scatole, per gli “affaccendatissimi” figli! Buttiamo il nonnetto in casa di riposo e tutti sono più contenti (tranne il nonno). Certo, la vecchiaia (e la malattia) è diventata una “tragedia” con la quale tanti non vogliono avere nulla a che fare. Molto meglio credere che un ottantenne debba ancora vivere altri 20-30 anni in buona salute. Poveri illusi!

I miti non possono essere rinnegati ed, in realtà, è estremamente rischioso deluderli: il medico delude le aspettative dei pazienti perché, sempre meno, li visita; sempre più, si limita ad analizzare dati al computer e si affida alla digitalizzazione della diagnosi e della prescrizione terapeutica. Non si riconosce più il valore dell’atto medico perché la diagnosi è vista più come una performance tecnologica e non del medico. In altri casi, lo stesso medico delude le aspettative del paziente, quando questo non trova soddisfatto il presunto “diritto” alla salute. Pur trovandoci nella realtà, irrinunciabile (perché utile), dell’era digitale, non possiamo illuderci di buttare nel cesso una codifica analogica della salute che è quella che realmente è riconosciuta e compresa dai pazienti. L’aridità di un approccio clinico troppo “riduzionista” è diventato soffocante per tanti pazienti, favorendo anche il continuo aumento del contenzioso medico-legale.

La necessità di un approccio ancora a misura d’uomo è una delle cause (ma non l’unica) di una certa sfiducia e dell’abbandono della medicina ufficiale da parte di tanta gente delusa dalla mancata realizzazione delle promesse tecnologiche e scientiste della stessa medicina ufficiale.

Sempre più diffusa risulta, infatti, una richiesta di medicina “alternativa” alla quale, spesso, si rivolgono strati socio-culturali più evoluti ed economicamente più abbienti, alla ricerca di una medicina maggiormente “personalizzata”, rifiutando pertanto quella universalmente garantita dalla sanità pubblica. In questa medicina, “fatta a mano” e non standardizzata, si trova tutto il valore del suo alto contenuto relazionale che giustifica il costo sostenuto da un pubblico esigente e, tante volte, sofisticato. La scienza e la medicina ufficiale (occidentale) ha la colpa di una scissione fra corpo ed anima che ha prodotto effetti rovinosi sull’intera società. La medicina ufficiale fatica a considerare che non siamo solo corpo e funzioni organiche perché scotomizza la spiritualità umana, confondendola con la religione.

Tutto quanto detto rappresenta una parte delle problematiche che contraddistinguono la crisi epocale che la medicina occidentale sta vivendo, a fronte di una autoreferenzialità che si illude di glorificarsi dei magnifici successi del progresso e della ricerca scientifica.

Sicuramente entra in gioco anche il declino economico globale degli ultimi anni; tuttavia non possiamo illuderci che anche un inverosimile bagno di soldi possa salvare la sanità occidentale da una povertà di contenuti e prospettive realmente adeguati alle esigenze del presente. Tante associazioni scientifiche-mediche hanno la colpevole responsabilità di non interessarsi realmente a questi temi, risvegliandosi, solo di tanto in tanto, dal un vergognoso torpore, solo quando si parla di qualche specifica denuncia contro i medici. La categoria medica soffre di una ridicola presunzione di “intoccabilità” sacerdotale (sempre per la solita visione sciamanica della medicina) anche perché, troppo spesso, questa stessa categoria è dominata dall’interesse “marchettaro” di certi suoi illustri rappresentanti e dall’ego ipertrofico di alcuni primari e “baroni” universitari, troppo spesso tronfi del loro illusorio potere. Nessuno ha il coraggio di esporsi realmente, denunciando le cose per come stanno, prima che capiti qualche grosso pasticcio. La categoria dei medici è, purtroppo, troppo simile ad un gregge e di questa sua debolezza approfitta, con un gioco estremamente sporco, chi vuol speculare sulla tanto declamata “malasanità”.

 

Un recente libro di Alessandro Baricco, intitolato “the Game”, offre utili spunti di riflessione sulla pervasività della tecnologia digitale nella vita di ognuno di noi. La narrazione di Baricco risulta discretamente magniloquente e, probabilmente, troppo accondiscendente nei confronti delle lusinghe offerte dalle meraviglie dell’informatica, del web e di tutti i nuovi strumenti digitali che, oramai, dominano la nostra quotidianità. La sua entusiastica esaltazione ed idealizzazione dell’era digitale non risulta del tutto convincente, tuttavia Baricco ha il merito di aver parlato, nelle ultime due pagine del suo libro, di un umanesimo più contemporaneo, di cui la gente continua ad aver bisogno per continuare a sentirsi umani e per salvaguardare l’identità della propria specie. Correttamente, Baricco, afferma che questa “contemporary humanities” deve colmare un ritardo per raggiungere la realtà dell’era digitale; una restaurazione ottusa di riti e di sapere che colleghiamo all’idea di umanesimo sarebbe un’imperdonabile perdita di tempo. Le orme lasciate dalla storia dell’uomo devono essere tradotte nella grammatica del presente ed immerse anche nei processi dell’era digitale, rendendola realmente adatta agli umani e non solo “prodotto” degli umani.

Non ci si può rassegnare ad una infantile dipendenza al potere del “videogame” che sottende il fascino di ogni strumento digitale; non possiamo cadere nel tranello di un uso “feticistico” della tecnologia. C’è bisogno di una maggiore consapevolezza.

La consapevolezza può essere la parola d’ordine per ogni cosa e soprattutto in una qualsiasi condizione di malattia o nella disabilità associata all’età avanzata che determinano spesso delle emozioni difficili che ostacolano la nostra capacità di accostarci adeguatamente alla sofferenza. L’incontro con la malattia può essere vissuto con profonda angoscia ed avversione, ansia, depressione, che spesso intaccano lo stesso senso di identità della persona ed inevitabilmente provocano un logoramento psicofisico e un aggravamento della stessa patologia organica. Questo “problema” non coinvolge solo il malato, ma anche chi si relaziona con lui, ovvero i familiari ed il personale sanitario che si prendono cura dello stesso individuo malato o anziano.

La salute è stata definita dall’OMS nel 1946 come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. Pertanto, anche in questo caso, bisogna affidarsi ad una maggiore consapevolezza per accogliere questa idea di salute che si allontani sempre più dal limitato concetto di “assenza di malattia”, cambiando la visione della medicina e dell’assistenza sanitaria in generale.

È innegabile, tuttavia, che in condizioni critiche tutti i pazienti ed i loro familiari hanno soprattutto bisogno di speranza, che assume la fisionomia di richiesta di indagini diagnostiche più accurate,  nuovi farmaci o di un intervento chirurgico sperimentale, di terapie non convenzionali e di ulteriori consulti. Purtroppo, gli operatori sanitari si trovano spesso impreparati a gestire queste esigenze della persona malata e, non riuscendo a mettere in campo un’adeguata empatia, non possono che prescrivere terapie o richiedere ulteriori indagini con il solo obiettivo di rassicurare il paziente, oltre che evitare eventuali contenziosi medico-legali. Ciò non fa altro che rendere estremamente difficile ogni intervento delle amministrazioni sanitarie per ridurre liste di attesa a prestazioni ambulatoriali o accessi inappropriati presso le strutture Ospedaliere.

Bisogna riconoscere che “l’assenza di malattia” è, sostanzialmente, un falso obiettivo da raggiungere. Ovviamente, si deve sempre rifiutare le spregiudicate lusinghe di certi ciarlatani e non si può assolutamente negare l’utilità di accurate diagnosi e di appropriate terapie, tuttavia può risultare estremante utile coltivare uno stato mentale che permetta di attraversare le situazioni difficili della vita rimanendo il più possibile stabili e centrati, presenti a quello che c’è, così com’è, nell’attimo in cui accade, con una adeguata consapevolezza di salute,  per sostenere ed accompagnare l’esperienza della malattia. Questo risultato può essere ottenuto anche grazie alla pratica meditativa che, come precedentemente detto, rappresenta un elemento costitutivo della “via di mezzo” concepita da Buddha.

Anche ammettendo che accrescere la nostra presenza mentale, grazie alla meditazione, non cura le malattie (almeno non tutte), è indubbio che consenta di approcciare un qualsiasi disagio con maggiore lucidità, permettendo di affrontarlo in modo più adeguato. Questa visione dell’assistenza sanitaria dovrebbe essere costantemente promossa, con appropriato impegno, non solo per chi soffre e per i loro familiari, ma anche e soprattutto per tutti gli operatori sanitari che quotidianamente si trovano a rapportarsi con tali problematiche. Le amministrazioni sanitarie potrebbero ridurre (se non interrompere) la loro rincorsa “nevrotica” della soddisfazione di richieste per le quali non si possono dare risposte sempre adeguate solo in termini di prestazioni. È inutile abbattere le liste di attesa (talvolta solo per una “propagandistica” dimostrazione di efficienza del sistema) se quel che si offre ha, legittimamente, un’efficacia parziale!

Purtroppo, a parte alcuni limitati spazi dedicati alle pratiche meditative, in Italia non vi è ancora una sufficiente sensibilità per considerare pienamente questa modalità di gestione della sanità pubblica. Oltretutto, non può sorprendere se carenze culturali e miserabili obiezioni, finalizzate anche alla salvaguardia di ridicoli “orticelli di potere”, potrebbero ostacolare lo sviluppo di un programma di intervento che, seppur ambizioso, risulterebbe a basso costo (non servono grandi risorse economiche per consentire alla gente di stare seduta a meditare).

Tuttavia, nessuno ci impedisce di sognare: forse, tra alcuni anni, il servizio sanitario italiano troverà il coraggio (o l’interesse) per promuovere la nascita di equipe che offrano un intervento, basato sull’allenamento della presenza mentale, per tutti gli operatori sanitari, per i pazienti ed i loro familiari,  puntando alla salvaguardia di una salute che vada realmente oltre l’assenza di malattia, cercando non solo di curare il malato ma anche di prendersi cura del malato.

 

Forse, solo così smetteremo di avere medici ed infermieri stressati o frustrati e pazienti depressi o insoddisfatti (talvolta anche incazzati), accrescendo realmente un ragionevole rapporto di fiducia reciproca, con l’innegabile vantaggio di ridurre i contenziosi medico-legali, senza contare la riduzione dello “sciacallaggio” di certi ciarlatani sulle debolezze di chi ha problemi di salute, anche seri.

 

Ho finito e chiedo scusa se sono stato prolisso e noioso. Lo riconosco, a scrivere sul mio blog somiglio tanto ad un personaggio di Crozza:

 

Non ho la presunzione di aver individuato e descritto tutte le cause del “malessere” in cui versa la sanità pubblica italiana; avrei dovuto continuare ad annoiarti parlandoti anche dell’ottusa amministrazione che certi politici ed alcuni alti dirigenti (per fortuna non tutti) fanno delle risorse sanitarie italiane, stando comodamente seduti sulle loro lussuose poltrone “in pelle umana”; avrei dovuto annoiarti parlandoti di come la sanità (come tanti altri servizi pubblici) stia sprofondando, sommersa da un formalismo burocratico, finalizzato solo ad un ipocrita e sterile “controllo”, senza alcuna reale cognizione (ed interesse) di efficacia ed efficienza del sistema. Oltre a questi, sicuramente, innumerevoli ulteriori problemi stanno alla base del rischio di collasso della sanità pubblica e, come già ho detto prima, non è facile analizzarli tutti.

E non ho, neppure, l’ingenua convinzione che le pratiche meditative possano essere la panacea per tutti i mali del mondo; tuttavia tutto ciò che possa aiutarci a “familiarizzare” con una maggiore consapevolezza del nostro vissuto mentale e dell’intera realtà che ci circonda, così com’è, può rappresentare un utile ausilio alla migliore soddisfazione delle positive aspirazioni umane. Per questo motivo ho provato a dare qualche modesto suggerimento, scrivendo il manuale, di cui ti ho già parlato in un precedente articolo (vai su: PERCHÉ VOGLIO IL MIO CERVELLO IN FORMA), per chiunque voglia cominciare a conoscere i principi basilari e pratici della meditazione (e non solo, dato che faccio un cenno, anche, ad altre utilissime pratiche, come ad esempio un’arte marziale come l’Aikido).

 

Sono convinto che ben pochi leggeranno queste mie parole che, probabilmente, non serviranno a nulla. Non importa, nel mio piccolo, ho solo provato a dare un contributo per il miglioramento della sanità pubblica, nella quale è giusto, ancora, credere, grazie all’impegno di chi ci lavora ed anche di chi cerca di amministrarla nel modo migliore (sono un inguaribile ottimista e credo ancora nella competenza di certi direttori di ASL, amministratori pubblici e politici).

Ciao a tutti da Renato

 

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